Rive.

23 ottobre 2014 § 16 commenti

Perché non aprire un post in maniera improbabile.

(in effetti non c’è differenza dal solito.)

Mi spiego.

(ché ho molto tempo, la notte è lunga, la mezzanotte è passata da un pezzo, la tisana è da ustione.)

(tre parentesi e non ho ancora iniziato. è un periodo difficile.)

Insomma Marino è stato a Milano. alla stazione. e fuori dalla stazione, per pochi minuti chepoic’eral’altrotreno. comunque la stazione gli è piaciuta. è un dettaglio particolare su cui non è il momento di soffermarsi ma mi sembrava il caso almeno di documentarlo.

Guess where? dal momento che mi stanno esplodendo varie cose in testa (neuroni instabili, niente di imprevedibile) non sono riuscita a far altro che tormentarmi perché volevo mettere ordine (illusorio), fermare un po’ di ricordi appuntandoli con foto e parole (confuse).

Ho riabbracciato lei (finalmentecazzo).

ho fatto la conoscenza della mansardina in cui mi aspettava una lattina di acqua di cocco.

e d’ora in poi sarà molto difficile dare un senso a tutto quello che continua ad attorcigliarmisi dentro ogni volta che tento di riordinare quei giorni.

è un’impresa quasi impossibile a cominciare dal fatto che “salgo dal 3 al 6” “ma sì, resto fino a martedì” “ok, riparto domenica.” la dimensione tempo è stata dunque eliminata.

ho giocato, a mio rischio e pericolo, ad abituarmi. a lasciare che una quotidianità cominciasse a formarmisi intorno, addosso. Lei, il cigno del Lago Maggiore, mi cucina ossessioni. dalla prima volta, nella prima mansardina, i pancake con la banana di cui ero persa in quel periodo.

la farinata. che non ha bisogno di presentazioni. la torta caprese.

continuo a ripetere come un disco graffiato: non pensavo l’avrei mai più mangiata la torta caprese (burro mandorle e cioccolato per capirci. e alcuni ci mettono pure le uova. e l’ordine delle parole è emblematico). non pensavo qualsiasi torta la ricalcasse potesse avere lo stesso sapore che conservavo nella mia memoria.

non si chiama torta caprese per comodità o perché ha la forma di una torta caprese classica e un sapore simile.

è proprio una torta caprese, in tutto e per tutto.

(ancora non me ne capacito. devo smetterla sì.)zucca. carote viola. finocchi. arance. in forno. on the top avocado. e sale nero prezioso che noinonabbiamomaiusatononlosaprànessuno. (come delle mie spedizioni di raccolta mandorle pistacchi noci nocciole a danno delle buste di frutta secca.)

non è che io potrei vivere di piatti simile. io VOGLIO VIVERE DI PIATTI SIMILI. non c’è opzione.

mi metto dunque seduta tranquilla ad aspettare l’apertura del locale dove sarò esaudita.

(sì, devo smetterla sul serio.)Questi sono i dettagli che ti rendono certi momenti eterni nella memoria.

andare al ristorante giapponese con l’evidente intenzione di esaurirgli le alghe in dispensa. e lo zenzero.    Gli ombromini non ci hanno messo molto a scegliere il loro posto preferito.

non ci si può proprio sbagliare in effetti.Non ho foto di quel brunch. (sembra che stia sviluppando un legame particolare con i brunch.)

a parte questa guinness cake a cui gli ombromini si sono avvicinati con grande curiosità (dai. l’estetica. come si fa a non voler sapere tutto di una torta così.)

avevo i pancake. avevo un altro pezzo di torta caprese. e svariate altre cose che non mi metterò ad elencare perché dovrei vergognarmi (ma non ne ho alcuna intenzione per cui sarebbe improprio scriverne alla faccia mia. o forse no. non so cosa sto scrivendo.)

Essere in mezzo alle Persone della tua vita, avere davanti un tavolo di cibo preparato da te.

con gli occhi, le orecchie, le papille intensamente concentrate a non perdersi un singolo frammento.

ho voluto tracciare un disegno chiaro e lucido nella mia memoria. e ci sono loro, la luce grigia e bianca che entra dalle finestre, ci sono occhi limpidi e commenti sulla cottura delle uova e del pan brioche e un sacco di cose di cui non posso capire nulla. ma posso ascoltare e partecipare a tutto questo.

poi c’è la foto in cui soffi sulla candelina e si vede la mia spalla da un lato e il suo braccio dall’altro e continuo a sorridere quando ci penso.

non voglio altro che questa certezza, tra il follia e il disperazione, di non dimenticare mai quei momenti.ci sono momenti che non pensavo avrei potuto condividere, esempi di rara biondezza intrinseca che custodirò gelosamente. rivelazioni astrologiche e presenze insistenti di melograno ananas avocado alghe. ci sono gli stessi colori che ritornano.

ci sono i viaggi nei meandri dell’esselunga.

viaggi mentali. ovviamente. sono ancora lì che vago, accarezzando zucche al reparto ortofrutticolo. stanno per chiamare la sicurezza. fateci caso se vi capita.sono sulla via del ritorno insomma.

in quella cucina avevo trovato il mio posto. tra la frutta secca, non lontana dalla cella frigorifera, appollaiata su una sedia, allungata sul banco lucido. di lato quaderni e astucci, di fronte lei.vittima della mia molesta presenza.

tre. perché un po’ a cena e quello che avanza si mangia domani.

certo. il tempo di scrivere quella frase e il piatto è vuoto.

mi sento molto immeritevolmente accudita. (notare a posteriori il disordine che creo.)

capisco di avere dei problemi ma di avere anche qualche speranza quando condivido il tavolo con qualcuno. sono un’insofferente rompicoglioni votata al mutismo. anche una tazza altrui può essere di troppo al mio tavolo.

(non esiste un mio tavolo, esistono solo tavoli che invado e colonizzo.)

poi ci sei tu. e pochissimi altri. che continuo ad immaginare seduti di fronte a me quando non riesco a far altro che buttare il tempo, accompagnando il tutto con l’arma autonichilizzatrice che più preferisco in quel momento.

si riduce all’essenza di questo, forse, il non sentirmi sola.

avere qualcuno dall’altra parte del tavolo. a portata di sguardo, si pensiero, di voce, di mano. non servono gesti e nemmeno parole. è solo la tranquillità di sapere che c’è qualcuno lì, vicino a me. una distanza che è relatività. qualcuno che non è a caso. altrimenti sarebbe chiunque. e invece capisco la differenza, dal modo in cui mi tranquillizzo.Uno dei pochi cieli azzurri macchiati di nuvole.il resto era costante grigiore. una coltre appena oltre la riva.

una luce che mi acceca e che nonostante questo amerò sempre.

chiude fuori il resto del mondo. i residui di tempo scivolano via.

ho camminato sotto quel cielo e vicino a quelle acque, l’ho sempre fatto e continuo tuttora. perché quel colore conserva ogni cosa.

quel colore è in un luogo tra il bianco e il nero. non ha inizio e non ha mai fine. è la distanza incolmabile tra i due estremi opposti. ho camminato, da sola e insieme.

so che quel colore ha impresso tutti i nostri passi nella memoria del lago. sembra che non esista per altro motivo.

una fonte di ricordi e immagini a cui attingere regolarmente, per riempire di sfumature le onde, per alimentare il lago, l’emblema della profondità, ciò che non può essere mai riempito, il vuoto nascosto dall’acqua scura. se c’è una cosa che riesco a vedere distintamente tra i miei ricordi quei giorni è quella sensazione di assorbimento, quel desiderio di dissolversi e venire inglobata. da quella luce, da quel mondo, da quell’aria, da quell’acqua vuota.

ho sempre l’impressione che superata la superficie non ci sia altra acqua. ma ciò che non riesco a vedere da questo lato del mondo. come in un universo parallelo, continuo ad essere anche lì. sospesa e intoccabile, diluita in quell’aria offuscata.

poco importa se sull’isola c’è un monastero. si integreranno in questa dimensione impercettibile. o verranno buttati in acqua.voi due siete in grado di mettermi di fronte a me stessa in un modo che farei prima a cedere al terrore e fuggire invece di accartocciarmi in monologhi di parole scritte come le ho pensate. però non ho alcune intenzione di scappare. neanche se vi voltate o se la lontananza geografica me ne dà l’occasione.

se vi girate sono ancora lì che vi guardo per non perdermi alcun movimento. e con questa foto posso abbracciarvi con lo sguardo ogni volta che il cervello mi tradisce (e accade spesso). perché probabilmente continuerò a chiedermi in eterno com’è possibile che mi accadano queste immeritate meraviglie. ma sto imparando a convertirla in una domanda muta, che non mi riempie più ogni fibra nervosa, ogni secondo, ogni millimetro di ossigeno. e mi lascia lo spazio per vivere quell’istante e non allontanarmene più.

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§ 16 risposte a Rive.

  • comearia ha detto:

    Okay.
    Sto piangendo.
    Ma va tutto bene.

    Mi manchi.
    Era bello avere qualcuno dall’altra parte del tavolo. Tornare dal lavoro e non essere sola. Condividere follie e ossessioni.

    Ti aspetto. Ti aspettiamo.

    Ti voglio un bene che nemmeno so scrivere.

    • kuroko ha detto:

      la distanza geografica è una gran cazzata.
      in realtà siamo vicinissime. lo dobbiamo essere o non so come posso mantenere una parvenza di sensatezza al nulla in cui striscio ultimamente.
      (non so bene cosa ho scritto ma le emozioni mi fanno questo effetto.)

      ti voglio bene. tanto. e ci vediamo presto. moltomolto presto. continuo a ripetermelo.

  • pani ha detto:

    ma dimmi…ti sei persa un po?

    • kuroko ha detto:

      nel lago, nella nebbia, nei vicoli. continuamente insomma.

      • pani ha detto:

        ah…ma quello è normale. Niente paura

      • kuroko ha detto:

        quello è piacevole, mi ci perderei continuamente.
        ma a casa c’è il labirinto del minotauro! di questo ne farei a meno. non è affatto costruttivo e fa pure paura

      • pani ha detto:

        puf…io ci sono stato nel labirinto del minotauro e fa ridere. Del resto, quello poteva anche scegliersi una bestia migliore, o no? Cosa gli è saltato in mente di diventare metà toro. Vuoi mettere la bellezza di una proboscide accompagnata da due lucenti zanne?

      • kuroko ha detto:

        e l’utilità soprattutto! per incornare qualcuno bisogna abbassare la testa. scomodo. riduce la visuale. e se ci si sveglia col torcicollo?
        invece le zanne possono essere un’arma frontale. e della versatilità della proboscide dovremmo scrivere libri.
        è una scelta davvero inspiegabile.

      • pani ha detto:

        per non parlare dei barriti. Con un barrito poteva depilare Teseo e perfino abbattere le pareti. Bah…vallo a capire il minotauro

      • kuroko ha detto:

        Teseo depilato! se lo sarebbe proprio meritato. da piccola quando seppi del filo di Arianna e del menefreghismo di Teseo gli giurai antipatia profonda ed eterna. il minotauro avrà avuto i suo problemi ma Teseo è irrecuperabile

      • pani ha detto:

        Si, Teseo non ce l’ha mai raccontata giusta. E poi quella storia delle bandiere…secondo me l’ha fatto apposta per far morire suo padre Egeo

      • kuroko ha detto:

        la storia delle bandiere mi manca. non finiscono mai i motivi per detestarlo dunque!

      • pani ha detto:

        ti manca la storia delle bandiere? Ma come, era la più bella? Uh…volevo dire Vele, non bandiere. Uhm…non la ricordo più bene. Comunque a suo padre Egeo aveva detto: se mi vedi arrivare con le vele bianche significa che ho vinto, se torno con quelle nere vuol dire che sono morto. Lui si era ubriacato, si era dimenticato di issare le vele giuste e suo padre, vedendo arrivare la nave, dal dispiacere si è gettato in mare. Puf…solo per dare il suo nome al mare. era pazzo anche quello.

      • kuroko ha detto:

        ahhhhh sì, me ne ricordo. abbandona Arianna e fa impazzire il padre pazzo. non si fa così.

  • bestiabionda ha detto:


    belle emozioni aggrovigliate su una pagina virtuale.
    belle da leggere, belle le immagini, belli i piatti, belli i colori.
    e anche voi, sì.

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