Osservazioni.

3 febbraio 2014 § Lascia un commento

Ci sono volte in cui mi areno, affondo nel fango e chiudo gli occhi. è riposante. è una risposta automatica: non riesci a non ascoltare allora ferma ogni funzione, criogenati, aspetta che passi, aspetta che il mondo ti passi intorno, aspetta la bolla d’ossigeno in cui infilarti per riprendere il fiato e riprendere il flusso in mezzo a tutti gli
altri, come tutti gli altri che fissano lo sguardo su un obiettivo. mentendosi, ingannandosi, dando un senso al vagabondaggio su questa terra, riempiendosi i polmoni di vita, inciampando nei propri piedi, perdendosi. e tutto il resto.

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Poi ci
sono le volte in cui mi muovo. desidero muovermi. immagino di muovermi. e intorno inizia a serrarsi lo spazio. come ritrovarsi a camminare in un imbuto, sempre più avanti, sempre più in profondità anche se ti accorgi che tutto viene lasciato dietro le spalle perché non può seguirti fisicamente, non c’è spazio. ma lo realizzi a tratti, troppo incuriosita dall’evento “mi sto muovendo” per farti domande sulle spalle che strusciano contro pareti prima invisibili o troppo lontane dalla mente e dalla vista.
Il pc non funziona, gestire il blog (o meglio: decidere di sistemare il blog quando il pc mi abbandona) non è una scelta che valuto sensata.
E non me la prendo perché questo mi rallenta. a volte l’imbuto sembra un regalo. posso rimandare ancora. alzare la testa, costa così tanta fatica. e ora non ci entro per cui devo aspettare. perché agitarsi o deprimersi?
E va tutto bene, è tutto molto ovattato e rilassante, ti invita al sonno.
finché non si verificano le condizioni che, in una situazione normale (o forse è meglio dire “fuori dall’imbuto”), porterebbero all’arresto del sistema, come protezione.
Insomma, ritrovarsi in un tunnel irrespirabile di oggetti o concetti mal funzionanti se non rotti o marci, con un il pericolo davanti ma anche intorno, che si avvicina e si stringe a velocità costante, come un urlo che sale gradualmente dopo essersi sedimentato sul diaframma per poi riempire tutta la cassa toracica prima di riversarsi fuori dalla gola. ecco, questo provoca onde di panico che attraversano il cervello.
increspano gli occhi.
e delle mani non sai più cosa farne.
Ma non è mica questo il caso: è solo uno sviluppo possibile degli eventi. il panico dona visioni apocalittiche di un futuro vicino. probabile. familiare. perché qualche angolo di me lo conosco.
Perciò non me la prendo. non mi agito (che poi finisce l’ossigeno), non mi rattristo. potrei sempre rivolgere l’attenzione a quelle innumerevoli cose da fare che aspettano fissandomi. mi preoccupo un po’, mi impongo di smetterla. aspetto. nella posizione più comoda che riesco a trovare. sperando che non faccia freddo. sperando di diventare invisibile. ma non di passare inosservata. (sperando che un giorno coerenza e capacità di linguaggio bussino alla mia porta.)
e basta.

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