(tentativi di razionalizzazione. falliti. tentativi di ripresa. falliti. tanto vale che scrivo tutto, male, ora, prima di ripensarci.)

31 marzo 2013 § 50 commenti

Davanti alla pagina bianca.

(è bastato sentire le due voci arrivarmi dalle cuffiette. già sento spilli dietro agli occhi.)

Siccome non riesco a partire dall’inizio, andrò all’indietro.

salterò Bologna e la sua medioevalità. e non perché non ne valga la pena, anzi. ne sto elaborando un ricordo definito e complesso che non potrò estirpare più dalla memoria.

non mi dilungherò sul camminare interminabile perché ero solo qualcosa dalle fattezze non bene identificabili, camminante, fra tanti, familiare a me stessa solo perché avevo addosso i vestiti di sempre. che mi vanno troppo stretti perché sono troppo larghi. la meraviglia la stanchezza l’indecisione la fretta i sospiri commossi erano soltanto visioni veloci che si affacciavano in un posto lasciato vuoto da qualcosa che ancora adesso tarda a tornare.

la partenza, sì.

la partenza, sì.

forse per prima cosa ho perso la mia pelle. prima di Bologna sono rimasta alla stazione. ho avuto tempo per rendermi conto di non poter sopportare nemmeno la pioggia, perché andava a tempo col respiro spezzato. le stesse lacrime, le stesse gocce che si schiantavano sui binari, si ripercuotevano all’interno, in uno stillicidio cadenzato, all’interno di uno spazio svuotato. mi sono dimenticata cosa c’era prima, al posto di quel vuoto. probabilmente qualcosa che mi rendeva capace di vietarmi di piangere in un luogo dove ci fossero il rischio che qualcuno mi si avvicinasse.

la stranezza è che questi avvenimenti si sono susseguiti senza forzature e senza strappi, per questo ogni resistenza possibile è andata in pezzi, non ha incontrato il solito muro o l’imposizione, ma ha subito uno smantellamento talmente rispettoso e inesorabile che lo stesso dolore non ha causato la reazione automatica di chiusura.

è abbastanza chiaro?

è abbastanza chiaro?

Sto parlando del concerto dei Baustelle. sto parlando di lei, quel cigno di occhi scapole clavicole e gambe, con cui mi sono ritrovata nel giro di un tweet e un viaggio in treno. sto parlando dell’essermi accorta, alla stazione, di come il mio approccio col dolore sia scientifico e squisitamente razionale. gli stessi sentimenti sono scaricati nel cervello, sono elaborati e revisionati. in modo da potermene fare subito un una ragione. in modo che nulla che riguarda il “provare qualcosa” possa sostare troppo lì dove dovrebbe essere percepito.

la sensazione è stata di ritrovarsi in un “corpo” estraneo, dove le cose funzionavano e reagivano secondo una naturalezza e un’ordine che non conosco ma che probabilmente doveva appartenermi una volta, se davvero faccio parte della razza umana. non conta l’intensità o la quantità di dolore, quanto, in quella condizione nuova, tutto era vivido, lucido, comprensibile senza la fatica di dover essere razionalizzato. sentirsi un grumo di carne viva, in mezzo al vento, alla pioggia, alla gente. anche l’urto distratto di qualche passante avrebbe potuto devastarmi. però questo significa vivere fino all’abisso più profondo ogni sensazione. e l’unica cosa che ero riuscita a capire da sola era di star galleggiando da. da sempre forse. senza potere né volere immergermi, senza essere soddisfatta della situazione.

ho avuto l'onore di conoscere la mansardina.

ho avuto l’onore di conoscere la mansardina.

in genere ci si aspetta che i concerti, le voci dal vivo siano meno “belle” di quanto non rendano su cd. e fondamentalmente è così: la voce di Rachele e di Francesco che avevo ascoltato dalle cuffiette è bella. molto bella. disperatamente bella. una volta che si è fatta strada tra i timpani è permanente.

dal vivo però è un’altra cosa. e ha ribaltato ogni mia considerazione precedente. dal vivo la voce di Francesco si imprime, a pelle. ritrovi pezzi di te stesso sparpagliati a terra, come se ad ogni parola si congelassero brani di pelle spessa e alla parola seguente cadessero a terra. Rachele colpisce al centro. la sua voce dilania e strazia, dall’interno, senza che venga svegliato alcun desiderio di preservare quel qualcosa di intatto che era sopravvissuto alla demolizione.

le luci e il volume della musica erano al limite. accecanti e assordanti senza esserlo davvero fisicamente. proprio perché l’ascolto si svolgeva molto più personalmente e intimamente. dalla mia sedia ho alternato momenti di paralisi a gesticolazioni nervose per cancellare le tracce di ciò che era riuscito a fuggire dagli occhi, per nascondere le espressioni che seguivano il bruciore più acuto della gola.

dopo l’uscita di scena, il silenzio. gli applausi perpetui. pensavo “a questo punto non tornano più sul palco.” invece ci sono tornati. ultime tre canzoni. e, ho la memoria intermittente, non so a che punto ci siamo alzate, altre persone si sono alzate, e. sotto al palco. diciamo pure che potevamo allungare una mano e rubargli le scarpe.

non so se M. leggerà ma glielo farò sapere. che il cigno mi ha cucinato i pancake.

non so se M. leggerà ma glielo farò sapere. che il cigno mi ha cucinato i pancake.

e lì le gambe non rispondevano più agli impulsi. la voce nemmeno, spero sia stata coperta da tutti gli altri che cantavano. le braccia erano appese alle spalle per caso. la gente era poca forse, mi sembrava troppa, ma davanti c’erano i suoi capelli profumati quindi. ero al sicuro.

quello che segue è il vuoto. nessuna increspatura cerebrale o spirituale. la sensazione è quella di spossatezza, di devastazione, come dopo aver pianto fino a non farcela più.

tutto è stato ben sedato dalla stanchezza generale, dalla sveglia alle 5, dal ciondolio in treno che non riesco a dormire mai perché finisco per scapocciare fino a ritrovarmi col torcicollo. perciò comincio a ciondolare anche in auto mentre lei guida (e guida che mi piace. però non posso tentare di spiegarlo ora.) dimostrando la mia utilità.

fino alla stazione di cui sopra mi sono sentita vagamente distrutta senza poter approfondire troppo perché il sonno componeva la solita barriera non cosciente. ma autoindotta sì. e questo mi dispiace non poco. perché facilmente mi allontana da ciò che è “presente” e non riesco nemmeno a sorridere come vorrei. non riesco a ringraziare, non riesco a non farmi il problema che ogni parola che pronuncio suoni finta o noiosa.

(le mie orecchie hanno i baffi. e un giorno forse ci riesco a spiegarti quanto ne sono felice.)

dimentico pezzi importanti, salto descrizioni perché non so rendere giustizia.

(devi promettermi che mi picchierai per questo, perché non riesco a decidere se c’entri qualcosa con te.)

l’ultima, doverosa, nota.

lei non è bella. la parola “bello/a” implica una serie di nozioni sulla soggettività, implica canoni. e il cigno, per precisare,  ha le carte in regola. ma definirla in questo modo è davvero banale. è una persona che in torno a sé crea uno spazio vuoto, è impossibile non notarla. è diversa. e anche questa è una parola banale. il modo in cui cammina o si muove sembra essere connesso direttamente alle sue idee. questo non significa che ci sia qualcosa di semplice o comprensibile in superficie. la stessa fisionomia fa lo stesso effetto di una verità sbattuta in faccia. la voce invece. è dolce. questa parola non rende l’idea, e detesto dovermi accontentare del male minore ma se non cedo su questo cancello tutto il post.

perciò ora mi scuso di aver scritto tanto e vado a fare i conti con la “colazione” che mi è rimasta sulla coscienza.

 

 

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§ 50 risposte a (tentativi di razionalizzazione. falliti. tentativi di ripresa. falliti. tanto vale che scrivo tutto, male, ora, prima di ripensarci.)

  • le foto sono artisticamente disposte alla cazzo di cane e non hanno attinenza con il testo. ora fatemi vivere fino in fondo la tachicardia.

  • Michele ha detto:

    Fantastico. Quasi mi spiace non esserci stato 🙂

    • sguardorivoltoalfuturo: quand’è il prossimo concerto? diffondiamo i Baustelle!
      (ok, dovrei stare zitta.)

      • Michele ha detto:

        Hahaha beh potresti anche convincermi (perché mai zitta? Un logorroico come me ama le parole )

      • (salvataincalciod’angolo.) il solo fatto poter ispirare una qualche curiosità mi rende felice. non è un gruppo di facile ascolto. per lo stesso motivo per cui la gente al cinema va a vedere i cinepanettoni. insomma sono tempi difficili. sono sempre tempi difficili. ma la filosofia “ma io me vojo divertì ar cinema” “mica me posso deprime quanno ascolto le canzoni” mi è sempre andata di traverso.

      • Michele ha detto:

        Haahha beh io preferisco decisamente i panettoni (quelli con uvetta e canditi)
        Ma in fondo ogni nuova scoperta è un arricchimento. Come assaggiare nuovi sapori e ricette

      • nulla deve piacere per forza. a me sapere che esistono persone che si avvicinano a qualcosa di nuovo con questo approccio fa tirare lunghi sospiri di sollievo e mi sento anche fortunata e ti ringrazio. (quanto la faccio lunga *_* però è incredibilmente difficile. ce ne sono troppe di persone incancrenite. e la maggior parte sono pure troppo giovani. belle speranze insomma.)

      • Michele ha detto:

        Ahha beh ci sono un sacco di cose che non mi piacciono. Ma non decido mai prima. A prescindere. Sono per l’assaggio e la scoperta. Sempre
        (Sarà che sono un magnifico non più giovane?) 🙂

      • (no, sarà che i giovani sono già di per sé un po’ teste di legno, lo capisco, ci si passa. ora sta diventando una malattia e non è qualcosa da cui ci si libera crescendo. perché avere la testa di legno blocca la crescita.)
        sempre assaggiare. sono d’accordo. ollueis.

      • Michele ha detto:

        Ahah ho impiegato tre letture a capire ollueis 🙂
        E ci sono sempre state teste di legno. Sarebbero da piallare per bene

      • ai spik inglish che tte credi. (mi rendo conto, non rendo la lettura una cosa facile)

        voglio farne una montagna di trucioli.

      • Michele ha detto:

        Haah ai spik inglisc veri gud tuu!
        E sge parl ossì fransè

        Il truciolo serve sempre. Visto che sono solito rovesciare bottiglie

      • sg’le parl ossì!
        XDDD
        invece mi sfuggono le bottiglie rovesciate *_* pardonné muà

      • Michele ha detto:

        Ahaha solo pura distrazione. E il fatto che spesso parlando gesticolo. E allora gli amici mi tacciano di rovesciatore di bicchieri e bottiglie 🙂

      • ohhh. nau, ai ken comprondr
        (il problema è che dopo un po’ ci si confonde)

      • Michele ha detto:

        Ahahha già. Tuu difficult 🙂
        E poi in fondo meglio il caro vecchio italiano. Quali altre lingue hanno centinaia di parole per gli organi sessuali e le parolacce 🙂

      • vattele a ricordare tutte. e poi vetefefutr o fakyu non suonerà mai come un sonoro vaffanculo. diciamo le cose come stanno.

      • Michele ha detto:

        Hahaha già. Un vaffa è per sempre. 🙂

      • Michele ha detto:

        Ahaha solo pura distrazione. E il fatto che spesso parlando gesticolo. E allora gli amici mi tacciano di rovesciatore di bicchieri e bottiglie 🙂

  • comearia ha detto:

    Io.
    Non riesco.
    A dire.
    Nulla.

    Sono.
    Non so.
    Non basta.
    Prima o poi.
    Mi esprimo.

    Sono solo incredibilmente felice di averlo vissuto con te.

    • (tanto per cominciare ora rileggo tutto. per il gusto di prendere a capocciate lo schermo e maledirmi per le cose che ho dimenticato di scrivere.)

      sono incredibilmente felice e di aver vissuto questo con te. e non mi riprendo ancora. ogni tanto si affaccia qualche dubbio feroce. perché non mi piace molto stare nei miei panni. non fingo con le parole ma di persona è un’altra storia. il beneficio del dubbio. la stessa storia dell’impegno insomma. e sto ancora parlando troppo perché adesso è il mio turno di iperattività (ho tempi di reazione lenti come puoi constatare.)

      (grazie. prima che ne resti di nuovo sopraffatta. grazie.)

      • comearia ha detto:

        Devo scrivere di te.
        Davvero, è un bisogno quasi fisico.
        Ma. So che capirai leggendo l’ultimo post.
        Quando passa tutto ti racconto.
        Intanto.
        A rileggere il tuo post ancora oggi mi vengono i brividi. E gli spilli dietro agli occhi, come dici tu.

        Grazie infinite.

      • già leggendo i tweet. insomma. vado a leggere di là.
        (nella foga tante cose non sono uscite in forma leggibile. per quanto riguarda l’abbraccio per esempio. mi piacerebbe stringerti ancora un po’, avere il coraggio di stingerti più forte. non è una sensazione che provo spesso.)

  • pani ha detto:

    allungare la mano e fregare le scarpe…uhm…ma poi, cosa te ne facevi? Questo mi incuriosisce? Io, se dovessi rubare un paio di scarpe ci metterei dentro un po’ di terra e poi ci pianto dei fiori. Ecco, l’ho detto, e domani lo faccio con le mie vecchie scarpe

    • oh Pani! hai delle idee davvero geniali. io pensavo che a venderle ci sarei comunque riuscita perché erano delle scarpe di mio gusto. ben tenute. magari erano pure della mia taglia..
      però piantarci un bel semino. così crescerebbe una gamba di legno! sto capendo molte cose stasera.
      (vogliamo le prove fisichevisive delle vasoscarpe di Pani. io e gli Ombromini, dico.)

      • pani ha detto:

        🙂
        La gamba di legno, ah! devo solo decidere due cose: 1. quali scarpe usare ( quelle da footing non mi paiono belle, forse devo privarmi delle scarpe stile clarck, sì, proprio quelle a cui voglio bene ma ormai stanno andando in rovina, la suola è consumata, il dorso si è strappato e ieri, camminando sotto la pioggia mi sono accorto che neppure tengono l’acqua. E poi sono del 2006, hanno una certa età…uhm…credo che il funerale sarà per loro)
        2. cosa seminarci? In una potrei metterci una pianta di piselli, nell’altra un girasole.
        Vacci, che ideona che mi hai fatto venire stasera.

      • Vacci! è un’esclamazione, lo percepisco.
        le scarpe stile clark, dannazione, devo ancora trovare le mie. che le clark sono diventate scìcinaccessibili (vabbè ormai tutto ciò che richiama qualche immagine deve subire un innalzamento perpetuo del prezzo.) quelle sarebbero perfette per una piantina, ci starebbe così comoda. ora mi metto in testa di dover assolutamente trovare le mie per consumarle a dovere per farci alloggiare un po’ di terra. metterci un fiore profumato mi sembrerebbe un controsenso!!! però anche una fine metafora sulla relazione tra i contrari. ma qualche buon cibo..anche dei piccoli pomodorini. della lavanda! (voglio solo piantare lavanda ovunque in questo momento storico.)

      • pani ha detto:

        io ho siepi di lavanda!
        Nonostante questo, oggi ho comperato una boccetta di essenza di lavanda dai frati carmelitani.
        Sì, le scarpe di cui celebrerò il funerale sono proprio adatte ad ospitare una piantina. voglio dire: sono un paio di scarpe alte,alla vagabondo. Moriranno come eroi.
        Potrei anche metterci dentro una primula! O violette.
        credo che sarà bellissima. Ora il rischio è di non dormire più dall’euforia.

      • è comprensibile. funerale. se ci metti un fiore dentro saranno la tomba di loro stesse. (se fossimo biodegradabili come una volta sarebbe bello essere seppelliti con la terra in bocca per piantarci un seme.)
        un’euforia contagiosa! possibile che non abbia scarpe in agonia? (per le poche scarpe che ho, ne ho troppe agonizzanti. però le scarpe da ginnastica proprio non le vedo. mhhhh forse un paio ce n’è. devo pensarci bene)

      • pani ha detto:

        pensaci. Potresti anche prendere scarpe degli altri ma con le proprie è meglio. Credo che già domani mi metterò all’opera, farò una scarpiera all’aperto.
        Sulla nostra biodegradabilità ci sarebbe molto da discutere. Accidenti, non siamo più nemmeno riciclabili. Forse la cremazione è la forma più ecologica che ci sia

      • ci penso eccome *_* devo valutare l’accostamento cromatico se scelgo un fiorellino.

        il male minore. le esalazione non sono comunque respirabili. le ceneri è meglio tenerle a bada in una scatolina ma i fumi che si sprigionano non sono una gran bella cosa.
        tempo fa leggevo degli articoli su bizzarrobazar. di una certa popolazione (viva la mia memoria) per cui queste salme a lunga conservazione sono un problema grave dato che il modo in cui trattano i morti tradizionalmente e di farli decomporre essiccare e sbiancare bene al sole, per poi gettare le ossa in grandi costruzioni rotonde apposite. i tempi si allungano, la popolazione aumenta e non si più più aspettare il totale asciugamento del corpo. così si accumulano in quelle costruzioni corpi semidecomposti e, tralasciando l’odore, comporta un certo rischio a livello di epidemie.
        in Giappone invece una scienziata si è studiata e prodotta la tuta di batteri tarata sul suo dna che la mangerà nel momento in cui sarà morta, così da aggirare ogni problematica di smaltimento.

      • pani ha detto:

        c’è gente che studia proprio di tutto!

  • Michele ha detto:

    p.s.
    ho provato a ascoltare qualcosa di questi baustelle, mica male, poi ho scoperto che una canzone che mi piaceva assai (e di cui ignoravo gli autori) era loro (gli spietati)
    e anche oggi posso condire la giornata con una splendida scoperta

  • M. ha detto:

    M. legge e sorride.
    E non solo per i pancakes.
    Concorda un po’ su tutta la linea.

  • arthur ha detto:

    Bello questo tuo modo di raccontare anche con i disegni. E poi vedo che c’è un amico, Pan, tornerò a leggerti.
    Ciao.

  • arthur ha detto:

    Non volevo farti rimanere senza parole, anzi, comunque sia, grazie per il benvenuto. Ho girato un po’ e in effetti hai un modo intricante di proporre gli argomenti e poi mi piace molto il fatto che utilizzi dei disegni, abbastanza unico devo dire, sono tuoi?

    Evvabè, continuerò a seguirti.
    Ciao. 🙂

  • arthur ha detto:

    Beh, sono molto belli, essenziali e allo stesso tempo molto descrittivi. Sei un’artista insomma, complimenti. Perché buona fortuna? 🙂

  • arthur ha detto:

    Assolutamente no, anzi, è una lettura piacevolissima e i disegni aiutano a renderla ancora più piacevole e poi se ti segue l’amico Pan un motivo ci sarà immagino, per cui… . Ma adesso basta complimenti. 🙂

    Bentrovata.

  • arthur ha detto:

    L’ironia è un’ottima qualità. 🙂

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