Alba quantistica.

1 febbraio 2013 § 7 commenti

Racconto simultaneo a quattro mani.

due sono le mani di Max. che sanno scrivere post del genere.

due sono mie. che senza questa congiunzione di visioni avrebbero continuato il loro sonno agitato. 

grazie. 

Mi ero svegliato di soprassalto intorno alle 4. Una sensazione di chiamata. E’ come riemergere da un’immersione profonda in mare quando ti manca il fiato e non ce la fai piu’ e vuoi solo che arrivi la superficie dell’acqua per poter respirare ma manca ancora un po’ e tu guardi su e niente e riguardi su e niente e il fiato non c’e’ piu’ e pensi non ce la posso fare e. E all’improvviso sei fuori e respiri a pieni polmoni. Ecco. La sensazione al risveglio è come quella dell’emersione quando si ingolla aria.

Apro gli occhi e sbam! improvvisamente sono presente a me stesso, con una sensazione di risveglio immediato, un senso di urgenza. Sbam! e in un picosecondo non dormo piu’ e sono sveglio. Sbam! arrivano pensieri. E di norma visualizzo qualcosa, o qualcuno, che mi chiama. Che mi chiama perché mi deve dire qualcosa. Che mi chiama perché vuole essere nei miei pensieri. Ma questo particolare risveglio non portava con sé alcun viso. Ho guardato la sveglia, ho bevuto. Ho tentato di riaddormentarmi. Mi sono girato e rigirato nel letto. Niente. Ho realizzato che la nottata era finita. Mi sono alzato, ho pensato di andare a correre. Sarei comunque dovuto andare, era mercoledì. Tanto valeva andarci subito.Avevo iniziato a correre da qualche mese, affidandomi ad un programma di un sito internet molto gettonato. Ero arrivato finalmente a correre 10 km di fila. Ora la tappa successiva era preparare una garetta. L’obiettivo era duplice. Fare la gara senza mai camminare, e non arrivare ultimo. Triplice in realtà, perché c’era anche l’obiettivo più importante. Divertirmi. Proprio come Murakami, mio idolo indiscusso.

Mi piaceva correre, pur facendolo in un’ottica totalmente amatoriale, apprezzavo il fatto di arrivare ad un punto nel quale si sfiora uno stato coscienziale superiore, tipicamente dopo la prima mezz’ora. Si entra in una specie di nirvana, dove la musica nelle orecchie suona ma non la si sente veramente, dove il tump-tump
delle scarpe risuona in sottofondo battendo il ritmo ma è come se non fosse comandato da me, dove si guarda avanti ma senza realmente vedere ciò che l’occhio ci trasmette, dove il suono del respiro, accelerato ma non affannato, accompagna i pensieri. E i pensieri vagano, vanno in giro, con associazioni completamente assurde, sino a un momento nel quale sembra che tutti i pensieri fuggano via. Come se fossero stati contenuti dentro una grande gabbia, e questa gabbia fosse stata aperta, e i pensieri fossero tutti usciti lasciando la gabbia vuota. A volte ci si avvicina semplicemente, si sta lì lì per aprire la porta della gabbia ma non ci si riesce, a volte la porta della gabbia si apre ma non tutti i pensieri escono fuori. Sia come sia, le sensazioni che si provano sono meravigliose. E basta questo a ripagare della fatica, del sudore, dei muscoli doloranti, del doloroso stretching obbligatorio subito dopo.

Mi sono vestito, calzamaglia e maglietta pesante, ché di inverno fa freddo anche a Roma. Cuffia nelle orecchie, iPhone con programma di running attivato, e partenza. I primi cinque minuti di cammino, e poi via.

Di corsa. Di norma decido il percorso sull’onda del momento, ma in generale bazzico sempre dalle parti del laghetto dell’EUR, un circuito di un paio di km che è estremamente piacevole e rilassante. Non ero nuovo alle partenze prima dell’alba, per cui non mi trovavo a disagio correndo al buio alla luce dei lampioni. Arrivato al laghetto però mi sono reso conto che era la prima volta che mi ci trovavo al buio, perché la distanza da casa è tale che comunque prima di arrivarci il sole sorge anche nelle giornate a cavallo del solstizio d’inverno. Il paesaggio era spettrale, accentuato dalla totale assenza di persone. Troppo presto per qualunque runner, walker, o passeggiatore con cane. Queste erano i tre tipi di persone che incontravo di solito. Ma a quell’ora, si erano fatte nel frattempo le 5.30, a quell’ora non c’era proprio nessuno.

Correvo ed ero lì lì, iniziavo a visualizzare la gabbia, e sentivo quasi i pensieri che tentavano di aprire la porta per andarsene e farmi avvicinare a quella sensazione così bella. E mentre ero lì che la iniziavo ad assaporare, e mi ci stavo perdendo, la visione mi si è annebbiata per un attimo. Come se guardando la televisione avessi beccato uno di quei disturbi che ti fanno ballare l’immagine da sopra a sotto. E poi ho visto un movimento, una mossa. Non riesco a dirlo con parole diverse, proprio come in quel momento non riuscivo a decodificare quello che l’occhio mi aveva trasmesso. Il cervello mi diceva che si era mosso qualcosa dietro un albero, ma avevo la sensazione che l’occhio avesse trasmesso un’immagine diversa. Come se si fosse mosso l’albero. Ho guardato ben bene fino a che non è sfilato alla mia destra, ma niente. E poi di nuovo. Ecco. Di nuovo il cervello mi diceva che qualcosa vicino o dietro all’albero si era mossa, ma l’occhio no. L’occhio urlava che era l’albero, che si era mosso. E mentre ero lì che, sempre correndo, cercavo di mettere d’accordo occhio e cervello, un albero si è trasformato. Così. E’ diventato un omino. Seduto. Omino, insomma. Un albero con un tronco di 3 metri. E sopra la chioma. Ecco la chioma, la chioma era sparita, erano rimasti due rami sottili sottili. Le braccia. E in fondo alle braccia delle mani filiformi, ma con tutte le dita ben visibili. Anzi, le falangi, si vedevano distintamente, le falangi. Il tronco dell’albero era diventato la sagoma di un corpo seduto con davanti le gambe, piegate in due, come quando uno si siede con i talloni attaccati al sedere e si appoggia contro il muro, e le ginocchia arrivano sotto il mento. Cercavo di fare i conti a mente, se tanto mi dava tanto sarebbe venuto fuori un “omino” di quasi 10 metri di altezza! La testa sembrava quella dei manichini di De Chirico, e i piedi… i piedi erano come delle radici; lunghissime dita, anch’esse filiformi. E tutto sembrava filiforme. Un insieme di fili uniti “a mazzetto”, il tronco. Ma anche le gambe, o meglio quello che se ne vedeva. Era stretto stretto e lungo lungo. Non aveva occhi, né orecchie né bocca, la testa era tutta nera. E quelle mani. Con quelle dita così lunghe, lunghe da far impressione. Ma non un’impressione negativa, di paura. Un’impressione di delicatezza infinita, di capacità di prendere qualunque cosa ma nello stesso tempo di rischio di “intreccio” se non usate con grande cautela. Mi ero fermato, ero curioso di vedere cosa sarebbe successo. L’omino iniziò ad alzarsi, con un movimento lento, sicuro e armonioso, come quei ginnasti che si alzano da terra senza usare le mani in un unico, elastico movimento. E però succedeva un’altra cosa strana. Facendo il conto “a braccio”, l’omino avrebbe dovuto essere alto come una casa di quattro piani. E invece no, accidenti! Era alto quanto il grattacielo dell’ENI! O almeno, così mi sembrava. E mentre osservavo sentivo un rombo, come fosse un tuono ma con una sorta di armoniosità intrinseca. Alzando gli occhi in alto, potevo osservare che il cielo era cambiato. Improvvisamente il colore era virato al rosso, e si vedevano distintamente dei fulmini in lontananza. Evidentemente ci doveva essere una relazione tra i movimenti dell’omino e questi cambiamenti atmosferici, e anche con i rumori che sentivo.
Ma in realta’ non riuscivo a staccare gli occhi da quella figura. Era come se fosse fatto d’ombra. Ecco, d’ombra. Un omino fatto d’ombra. Un ombromino. E non so perche’ questo diminutivo, era enormemente alto. Ero davanti a lui e mi sentivo cosi’ piccolo, cosi’ minuscolo. Cosi’ insignificante. Come una cacca di mosca. E pero’ non potevo non chiamarlo -ino. Forse per quelle “mani”, forse perche’ sembrava fatto di fili. Ombromino. Mi piaceva. Forse stavo li’ a giocare con le parole per non pensare, per non fare i conti con qualcosa che era totalmente fuori dai miei schemi cosi’ ingegneristici, cosi’ razionali, cosi’ fattuali. Per non fare i conti con una realtà che non era una realtà. Mi veniva in mente il paradosso di Schroedinger, con il gatto che è vivo e morto nello stesso momento, a causa di particelle quantistiche che sono contemporaneamente in uno stato e in un altro stato. Ecco io mi sentivo così, come la particella quantistica. Vivendo contemporaneamente la mia realtà, fatta di laghetto dell’EUR, di corsa, di case e strade, e una realtà che non riuscivo a decodificare dove c’era un ombromino sottile sottile e alto alto che doveva essere alto 10 metri ma in realtà lo era molto di più. E io ero lì, e giocavo con le parole. I sensi mi restituivano sensazioni tipiche della mia realtà usuale, anche se un po’ “estreme”, per così dire. Si era alzato un vento molto forte, il cielo era pieno di lampi e aveva virato ad un rosso scurissimo, ma ai lampi non corrispondevano tuoni. L’ombromino allungò una “mano” verso di me, chinandosi. Voleva prendermi! Prima che riuscissi anche solo a pensare di muovermi, quei fili sottili mi avevano avvolto. Mi sentii trascinato in alto con un’accelerazione pari alla risalita del carrellino delle montagne russe dopo la discesa mozzafiato. Le dita dell’ombromino formavano una specie di culla, sembravano dei cavi d’acciaio, li sentivo premere sulla schiena e sul retro delle cosce. Mi trovai faccia a faccia con lui. Il viso era grande, enorme. Mi sembrava di essere la ragazza in mano a King Kong. La testa si inclinò di lato, come quando vogliamo guardare meglio qualcosa. Sentivo una vibrazione nell’aria, come quelle che si percepiscono vicino ai cavi dell’alta tensione. E aumentava di volume, sino a quando diventò talmente forte che mi sembrava di impazzire. E a un certo punto cessò di colpo. E io, non so come, non so perché, non so esattamente quando, io ero finito nella testa dell’ombromino. Non vedevo più coi miei occhi, “ero” l’ombromino. Ma ero anche me stesso. Ero in due posti contemporaneamente. Ecco. Di nuovo quella sensazione di essere una particella quantistica. I miei sensi sembravano equamente spartiti. Il tatto era umano, sentivo nella schiena distintamente le dita dell’ombromino. La vista era ombrominica, invece. Vedevo dalla sua prospettiva. Vedevo, insomma. Vedevo è un parolone. Avevo percezione di qualcosa che sembrava la vista. E’ molto difficile da spiegare, ma sembrava come se fossi miope. La visione era offuscata, i contorni non nitidi, niente era marcato. E i colori erano spenti, sembrava come se si fosse applicato un filtro che riducesse la saturazione del colore, per cui i colori erano gli stessi, ma semplicemente più smorti. E non riuscivo a distinguere i miei lineamenti. Ehm. I lineamenti di quello che tenevo in mano. Uhm. I lineamenti del me che stava accovacciato nella mia mano. Ecco, questo è come mi sentivo. Io ma non io. Lui ma non lui. Lui e io. Io e lui. Un gran casino. L’udito era ombrominico. Quel brontolio che avevo sentito prima. Non era un brontolio. Era l’ombromino che rideva. Ero io che ridevo. Era il me che era ombromino che rideva. Oddio. Di nuovo. Essere una particella quantistica è una fatica immensa. Chissà perché rideva, mi domandavo. Chissà perché ridevo, si domandava. Chissà perché rideva, si domandava. Chissà perché ridevo, mi domandavo. Oddio. Oddio. Non campo, così. Non campa, così. BASTA!!! BASTA!!! Ma niente. Non succedeva niente. Questa sensazione di dualità continuava. Volevo mangiare. Voleva mangiare. Volevo mangiare questa cosa che ho in mano. Voleva mangiare questa cosa che ha in mano. Voglio mangiarlo. Vuole mangiarmi. Lo porto alla bocca. Mi porta alla bocca. Me lo mangio. Mi mangia. Lo mangio. Clic.

Aprii gli occhi. Ero a terra. Il sole era sorto. Guardai l’ora. Le 6.30. Mi misi in piedi e cominciai a correre.

 

 

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