Quando ti scordi pure di mettere un titolo. perché il sonno incalza e hai finito le parole.

12 settembre 2012 § 15 commenti

Il tempo. è quasi scaduto.

L’ennesima sfilata di onigiri.

domani scade questo contest.

e potevo pure muovermi prima, yes.

nonostante questo dannato procrastinare che mi caratterizza, avevo l’assoluta certezza di riuscire a partecipare. non per il “premio” che insomma. questa ricetta non è così eccezionale. il contenuto del post è il solito delirium. però tramite questo miscuglio, spero di poter dire grazie. allo stato attuale delle cose non penso di poter ricambiare in maniera adeguata. per cui mi limito a ripetere grazie, Giulia.

Avrò nauseato esofagi a forza di insistere su quanto io non possa fare a meno di ritrovarmi in queste polpette. posso definirmi con gli stessi aggettivi che attribuisco loro. posso guardarli, studiarli da vicino, mangiarli e raccontare sempre la stessa storia. la mia storia. e questo succede perché sono io a volerla vedere, a volerla leggere. tra un chicco di riso e l’altro. 

ed è divertente notare quanto, nel mio immaginario, la rotondezza piena degli onigiri sia incompatibile con l’essenzialità scheletrica degli ombromini. sono talmente opposti che dovrebbero star bene per forza, equilibrarsi per forza. invece continuo a non riuscire a metterli insieme. la sensazione però, è che si diano le spalle. basterebbe riuscire a farli girare l’uno verso l’altro, nella mia testa.

oppure loro sono i due poli e io sono il prodotto che sta in mezzo?

sto esagerando.

il punto è che il nero dell’alga c’era. il bianco del riso pure. il rosso manca. il rosso manca, dannazione. continuo a cercare un degno sostituto che possa portare quel rosso, in attesa delle umeboshi. ed è un po’ una battaglia persa in partenza. ma non era il giorno degli onigiri vuoti e scoperti.

premettendo che questo tipo di cottura è diventato un rituale che compio automaticamente, schematizzarlo in forma verbale è davvero una tortura. sia da scrivere che da leggere. per cui preparatevi al mitragliamento di parole.

partendo dalla preparazione del riso, con il buon proposito di essere sintetica e comprensibile:

data la dimensione delle mie mani, one cup of riso akitakomachi (in alternativa, quello che non mi fa accapponare la pelle è il vialone nano. l’originario, in ultima analisi) basta ampiamente per ottenere 4 onigiri.

la preparazione che seguo è quella giapponese (JustbentoJusthungry semper docet), questa insomma. prevede dunque la fase del lavaggio: si mette il riso in una pentola e si copre con acqua fredda. con una mano si mescola e si gira l’acqua in modo da “pulire” i chicchi. si versa l’acqua facendo attenzione a non riversare tutto il riso nel lavandino. si ripete l’operazione finché non si riescono a vedere discretamente i chicchi sottostanti. si scola lasciando un po’ d’acqua e si procede a girare e strofinare il riso, molto delicatamente perché i chicchi potrebbero spezzarsi. si versa di nuovo acqua fredda, si mescola e si scola come descritto prima finché l’acqua non sia di nuovo limpida. si mette il riso in uno scolino. è consigliabile farlo scolare almeno 30 minuti ma, non avendo a disposizione tempi eonici per un semplice pranzospuntinobento, si può anche aspettare che il riso si sia asciugato un po’ e ributtarlo in pentola. dove dovrà riposare coperto d’acqua per almeno altri 30 minuti (fino ad un massimo di 8 ore dopo il quale inizia a fermentare). stesso discorso di prima. si attende il più possibile (a volte non è possibile.).

punto cruciale: l’acqua in cui deve riposare il riso è quella nella quale verrà cotto. per cui bisogna versarne la giusta quantità. e qui ci si complica la vita perché, a seconda della quantità del riso, va aggiunta acqua tanto quanto il riso più un intorno del 15/25 % in più. esempio: per 80 gr di riso (una porzione) servono 80 gr di acqua + 20% di 80 gr. cioè 80 + 16 ovvero 96 gr d’acqua. da cui ne deriva che per cuocere riso per 4 persone, quindi 320 gr, servono 320+60=380 gr. come ci si comporta dunque? si va ad occhio. o si fa un calcolo accurato e si incidono delle tacche numerate nella pentola. per ora vado ad occhio.

cottura:  riso già riposato nella pentola. rigorosamente con coperchio. il quale non si dovrà mai, mai, MAI, alzare, pena amputazione dell’arto colpevole. si mette la pentola su fuoco alto per 1 minuto (effettivamente si può anche aspettare che il tutto inizi a bollire senza coperchio. dopodiché, coperchio on e non si tocca più.) far cuocere a fuoco medio per 4/5 minuti. abbassare la fiamma al minimo e lasciar cuocere per 10/15 minuti. prima di togliere dal fuoco alzare la fiamma per 10/15 SECONDI, per asciugare ulteriormente il riso. (ho già detto che durante questa fase il coperchio non va MAI alzato?) 

passaggio che fa la differenza: con una certa sveltezza, avvolgere con un panno il coperchio e coprire di nuovo il riso. lasciarlo lì per 10/15 minuti, in modo che il riso continui a cuocersi nel suo vapore.

scrivere un tale procedimento è una fatica immane. nel frattempo mi sarei potuta preparare una scorta settimanale di onigiri.

e non è ancora finita. perché devo scrivere del ripieno.

mi serviva il rosso. mi serviva qualcosa di sanguigno e polposo. avevo il vestito, avevo il corpo. mi mancavano le interiora.

ho ripiegato sui pomodori, distorcendone il sapore fino a lasciarne solo un’unica nota distintiva. il resto era zucchero, salsa di soia e sakè.

per riempire 4 onigiri (io ne ho fatti 3 ma ne veniva fuori un altro) ho utilizzato un pomodoro, sale grosso, zucchero di canna integrale, salsa di soia, sakè.

dopo aver spellato il pomodoro l’ho tagliato in quattro e l’ho privato anche dei semi (fruttisezione indiscriminata. nulla mi scatena quella nascosta vena di violenza splatter quanto i pomodori.) le 4 fette le ho messe in uno scolino, sotto di essi due pezzi di carta assorbente, sopra di essi abbondante sale grosso. mentre si cuoceva il riso li ho lasciati lì a disidratarsi un po’ (persevero nel torturarli). in seguito li ho tagliati in piccoli pezzi e li ho buttati in padella. quando hanno cominciato ad appiccicarsi ho versato la salsa di soia (senza esagerare o si rischia la poltiglia) e lo zucchero di canna. in questa fase dipende dal gusto. niente misurazioni, solo qualche assaggio (sono un pessimo soggetto che si ostina a non imporsi di prendere qualche appunto). per ultimo un sorso di sakè. sui pomodori.

dopo aver operato questa violenza a discapito dei pomodori con lo scopo di caramellizzarli e sfigurarli orribilmente, mi sono dedicata alla polpettazione (o onigirizzazione che dir si voglia) del riso.

questa fase consiste nell’ustionarsi la mano sinistra (la destra per i mancini?) ponendovi sopra una sgommarellata di riso, quindi posizionare un po’ di ripieno su questo strato e infine sormontarlo con altro riso. non è che sia masochista. è che il riso deve essere lavorato a caldo altrimenti non resta nella forma. procedere alla formazione della polpetta con le mani definite dai più come “a coppetta”. a me, fanno pensare di più a un piccolo tetto. mani a coppetta o a tettuccio insomma. comme vous préférez. si termina aggiungendo l’alga nori. con le mani a pinza. (era necessario specificarlo.) dato l’umidore del riso essa si appiccicherà indissolubilmente ai chicchi, senza bisogno di sforzo alcuno.

le visione che generano questi triangoli. che perdono gli spigoli. ogni volta più rotondi, ogni volta più piccoli e spessi. senza che io riesca a fare nulla al riguardo.

mi sfuggono di mano. come mi sfuggo di mano io. allora posso mangiarne uno. dal tavolo, a morsi graduali. con l’ausilio sporadico del dito indice. sennò mi ritrovo a rincorrere un chicco di riso strusciando la faccia su tutto il legno. (pessima, pessima immagine.)

e se uno lo mangio io, uno lo lascio mangiare alla mia famiglia. al piccolofratello, è la soluzione più semplice. e un altro lo porto a Oku.

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§ 15 risposte a Quando ti scordi pure di mettere un titolo. perché il sonno incalza e hai finito le parole.

  • Wish aka Max ha detto:

    Le parole del giorno sono: eonico, intorno e sgommarellata. Per quanto riguarda le prime due è dai tempi dell’università che non sentivo usarle così, a ingegneria era un continuo (per completezza debbo dire che noi usavamo anche la qualificazione di intorno, destro o sinistro). Per caso Oku fa ingegneria?
    Invece sgommarello era dall’infanzia che non lo sentivo più, è una di quelle parole romane che pian piano diventano desuete, rimangono solo nella memoria degli anziani. Sentirla usare da una ventenne francamente scalda il cuore.

    Poi avrei un pippone tao sul bianco nero e rosso degli onigiri in relazione alle foto, e alle dimensioni, ma lo devo metabolizzare prima. Te lo propino later on.

    • Oku fa fisica ma si sta guardando intorno in seguito a qualche inciampo. di ingegneria ne stava parlando qualche giorno fa. comunque hai beccato la sorgente di quelle parole perché le utilizza molto più di me (soprattutto tempi eonici. riferito alle mie modalità di comunicazione.) a forza di sentirle mi ritrovo ad usarle. come mica ‘o so. ^^
      sgommarello. mia madre lo chiama così da quando sono piccola. sono tradizioni X)))

      ogni volta che faccio gli onigiri mi parte un post estenuante. parto per più tangenti contemporaneamente perché le idee che mi suggeriscono quei cosi (il tao è in automatico praticamente) sono senza fine. e non mi arrischio a scrivere ogni cosa che mica ci riesco.
      anyway, i wait.

      • Wish aka Max ha detto:

        Eccoci qui col pippone sul tao, come promesso. Ci sono, ovviamente, delle similitudini con quanto dice comearia. Ma la mia è una prospettiva leggermente differente. Volevo partire dai contrasti. Dal dualismo, dal bianco e nero. Ho detto recentemente da qualche parte che il dualismo del bianco e del nero non si supera con il grigio ma cambiando dimensione. E questo tuo post mi dà la possibilità di spiegarmi con un esempio.

        Prendi la fotografia degli onigiri preparati. E’ un piano bidimensionale, nel quale c’è il bianco e c’è il nero. E basta. E finché rimani su quella foto non c’è modo di superare il dualismo. Non c’è grigio che tenga. O è bianco, e stai guardando e pensando al riso, o è nero e stai guardando e pensando all’alga nori. Poi questo bianco e questo nero sono compenetrati, proprio come nel simbolo del tao, si complementano così naturalmente che insieme sono (con uno splendido ossimoro) armonicamente contrastanti.

        Ma per l’appunto, questo contrasto, ancorché armonico, contrasto resta. E come si può superarlo? Aggiungendo una dimensione spaziale, passando quindi dalla foto all’onigiri vero, in riso e alganori (ché in carne e ossa non si può dire) e con un suo volume. E se lo tagliamo, troviamo al suo interno proprio il superamento del contrasto. Quel rosso che apparentemente non c’entra nulla, ma che rappresenta simbolicamente andare oltre il dualismo, entrare in una dimensione differente. Elevarsi, in altri termini, e avere aggio di vedere le cose in un’altra prospettiva. Che non è semplicemente la prospettiva differente di quando si mettono gli occhiali per proteggere gli occhi dalla polvere che si solleva, ma è una prospettiva più ricca, molto più ricca. Che presuppone del lavoro per arrivarci, del lavoro interiore che porta a “vedere” una dimensione che prima era invisibile, e lavorarci sopra per scoprire che c’è dell’altro. E bada bene, questo è un punto chiave. Perché fintanto che non “smonti” l’onigiri, non c’è differenza tra due e tre dimensioni. Bisogna lavorare per smantellare il dualismo, rompendo l’onigiri, per scoprire il rosso unificante. Che, manco a dirlo, non è grigio. Neanche per idea.

      • che roba. avere modo di riaprire questo post e rileggermi il commento. è un regalo. grazie.

      • comearia ha detto:

        Non è grigio.
        Questo è molto, molto, interessante.
        Bisogna lavorare per trovare un superamento del dualismo. E la cosa interessante è il superamento potrebbe essere in qualcosa di imprevisto, in quel tertium non datur che non avevi nemmeno immaginato.
        Mi piace. Ci medito.

      • Wish aka Max ha detto:

        Esattamente, quel qualcosa che era sotto il tuo naso (tagliare l’onigiri) ma non ci avevi mai pensato, proprio perché focalizzata sul dualismo del tertium non datur. Il suono di un applauso con una sola mano. Un koan. Che improvvisamente si appalesa in tutta la sua sfavillante chiarezza e ti mostra la via. Anzi, la Via.

  • comearia ha detto:

    Bianco-nero. Curve-spigoli.
    Qui ci sono così tanti opposti che ci sguazzo.
    La descrizione del ripieno degli onigiri, la ricerca del rosso.
    Come a voler affondare nelle viscere di qualcosa. Di quel contrasto. Di quei poli che proprio non sembrano conciliarsi. O che, forse, potrebbero idealmente conciliarsi solo attraverso… il rosso. Un’unione violenta, senza che nulla sia risparmiato. O forse è specchio di quello che accade quando si tenta di far combaciare quei due maledetti poli.
    Insomma, l’argomento offre così tanti spunti di riflessione che.

    Però ecco gli onigiri mi intrigano. Dal riso attaccato alla pentola di cui twitter mi ha raccontato, all’alga [perché io mi sforzo di circondarmi di bianco, ma non sai quanto trovo confortante tutto questo nero, qui, così come l’alga nera che circonda il perfido carboidrato bianco; solitamente sono quella pallida vestita di nero. Un onigiri con i capelli biondi -non c’entrano proprio una cippa, lo so, ma così mi hanno fatta-. Il rosso dentro c’è, eccome], al ripieno rassicurante [no, dai, non è tutto riso quello che mangi], alle curve che proprio non si riescono a controllare.

    E. Mi ritrovo tu sai quanto in quel grazie alla fanciulla di là.

    E. Ma si capisce qualcosa, di quello che scrivo?

    • oh, eccome se si capisce.
      per un po’ sono stata l’unico onigiri pallido vestito di nero con i capelli biondi dei dintorni. poi si approccia al virtuale. e mi accorgo che non siamo mica in pochi.
      questa ramificazione a partire dall’onigiri è imprescindibile. ogni volta che li preparo devo prepararmi psicologicamente per non ritrovarmi a scrivere pagine e pagine e pagine. e anche se ho poche parole da scrivere questi post sono sempre difficoltosi. hanno un’importanza particolare per me e non faccio altro che delirare in una miriade di confronti che non riesco a sviluppare in maniera decente!
      un esercizio ogni volta. parecchio faticoso (passando per la dannata preparazione del riso che a scriverla sembra chissà cosa.)
      e quella fanciulla di là mi toglie davvero le parole. (mica male come effetto dato il casino che produco tramite questi agglomerati di lettere.)

  • pani ha detto:

    e un ombromino vestito di onigiri, come sarebbe?

  • Luci ha detto:

    Che siano Ombromini od Onigiri… i tuoi post mi affascinano…

  • apity ha detto:

    Li odio perchè non li ho ancora fatti, perchè quell’alga uff.
    Dovrei affrontarli.

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