E questo post non è lungo. deppiù. ma ce l’ho fatta!

31 maggio 2012 § 13 commenti

Con animo lieto e somma fretta mi accingo a srotolare questo post!

-rullo di trombe e squillo di tamburi-

questo post è in occasione del contest di Elena e io volevo assolutamente partecipare. perché il suo blog le sue ricette le sue foto i suoi commenti. ed è stata una delle prime follower e questo mese ha vinto il contest di maggio di Cuocopersonale e c’è già l’intervista??? not yet.. ma la linkerò quantoprima

eqquindi sono onorata di avercela finalmente fatta! in modo da poter prendere parte all’evento che festeggia il raggiungimento di 10mila visite sul suo blog. e il bello è che nel frattempo che non muovevoilculo è arrivata a 15mila visite!

insomma parlo sempre delle stesse cose. quanto è bello che un semplice contest diventi il pretesto per passare una giornata come quella che ho passato oggi. e non è ancora finita! (ora collasso però)

allordunque, questo contest propone la preparazione di una ricetta che parli di sè. e io scelgo. 

onigiri.

per par condicio riporto un paragrafo dell’intervista che mi ha proposto Cuocopersonale e in cui rispondevo alla domanda analoga:

Se fossi una ricetta..penso sarei un onigiri -disse, sentendosi parecchio banale-. una palla di riso, pressata con le mani della forma che si preferisce, con un salatissimo ripieno al centro, avvolto completamente da un foglio di alga norii che protegge e nasconde alla vista. è una ricetta che in primo luogo simboleggia la mia passione per la cultura orientale e giapponese in particolare. Inoltre è l’emblema della semplicità ingannevole (della serie: butto il riso in pentola, lo lesso, lo appallottolo intorno al ripieno, lo incarto ed è fatto, no? No.). Esteticamente non è esile né particolarmente invitante, salvo l’interesse che suscita la novità di una compatta polpetta di riso che si intravede appena sotto lo strato protettivo e spesso dell’alga, il cui colore nero a stento lascia intuire il bianco del riso. Internamente il contrasto inaspettato e quasi traumatico tra la neutralità del riso e la sapidità quasi violenta delle umeboshi (prugne giapponesi, o meglio albicocche botanicamente parlando) lo rendono un cibo cui per molti non è facile approcciarsi. In Giappone è una ricetta quotidiana, è parte integrante della dieta fin da quando si è bambini. Negli anime (cartoni animati giapponesi) si vedono spesso i protagonisti mangiarne e da piccola questo mi ha sempre fatto desiderare di assaggiare quei triangoli di dubbia composizione eppure così appetitosi e gustosi tanto da causare nei bidimensionali personaggi un’indiscriminato raptus di ingestione selvaggia di onigiri, uno dietro l’altro.

piuggiù ho scritto cose uguali e diverse. insomma quello che ho scritto nel post è già discutibilmente attuale e aggiornabile, l’intervista di qualche mese fa si potrebbe definire obsoleta. non falsa. certo è che si cambia in continuazione e quindi sorbitevi la comparazione dello stesso discorso trattato in due periodi diversi.

dunque, ripetendomi, la ricetta che porto sono gli onigiri.

onigiri con fagioli azuki

(che poi i fagioli azuki sono soia rossa. per precisare.)

per cui parto in quarta con la speculazione onigiricopersonale, così da rendere più comodo lo scavalcamento di essa, avvertendo per tempo.

3 semplici componenti. l’ordine di apparizione normalmente è nero, bianco e rosso, alga, riso e ripieno. qui gli onigiri sono mostrati per lo più in déshabillé in modo da rendere più semplice la spiegazione. (e poi mi non posso rinunciare a vestirli subito prima di mangiarli). questa stratificazione può essere facilmente paragonata alla caratteristica, penso molto diffusa, di nascondersi. la dissimulazione, il nascondere la propria interiorità da sguardi indiscreti, non lasciarla nemmeno intuire, oltre alla protezione normale e legittima di se stessi. non molto tempo fa era un vero e proprio gioco al massacro che consisteva nel nascondermi fino allo strato più esterno, creando in ogni contesto una maschera diversa. per molto tempo mi sono dilettata in questo giochino che nessuno scopriva, fortunata mente senza perdere di vista me stessa. gradualmente è  diventato sempre più difficile e logorante gestire diverse personalità e soprattutto tenere separato ogni contesto per non far crollare ogni personaggio. per cui ora l’alga nori, oltre ad essere del colore con cui preferisco vestirmi, può essere paragonata alla mia superficie. non è falsa né recitata. ma la stragrande maggioranza di persone che hanno a che fare con me non vedrà mai altro se non quella. poi viene il riso. in qualche modo anche quel bianco è illusorio. dopo tanto nero qualsiasi colore sembrerebbe bianco e luminoso. mi piacerebbe paragonarlo alla mia pelle, anche se quest’epidermide rompipalle non è il massimo del pallore ma solo monito di chiara delicatezza (basta strofinarmi il braccio per due volte e già si arrossa). come tradizione vuole [in realtà non lo vuole, (a partire dal fatto che all’inizio gli onigiri erano semplici palle di riso “vuote”) i ripieni “tradizionali” sono semplicemente accostamenti d’obbligo. come le fave col pecorino.)] all’interno c’è un ripieno saporito che contrasta il sapore neutro e liscio del riso. l’ingrediente principe è l’umeboshi. prugna cheinrealtàèpiùunalbicocca giapponese. che manca nella mia dispensa e pure nella plupart dei negozi con pretese di vasta scelta. (devo piantare un prunus mume in giardino. sta diventando un obbligo morale.) je disait. del sapore delle umeboshi ho un po’ parlato qui e lì, il problema è che io ho usato i fagioli azuki che mi attendevano mesti in frigorifero. non hanno il sapore sconcertante delle umeboshi, che ti interrompono il boccone mentre il cervello manda impulsi

alla lingua per tentare di decifrare informazioni a raffica (o viceversa?). ma. hanno un sapore di terra, dolciastro, proprio come immagino sia il sapore di terra bagnata e pulita da pioggia notturna. il colore rosso è un altro contrasto, ancora più interno, imprevisto. generalmente sconvolgente e non lo considero in senso positivo. ovviamente si parla per metafore. non finisco fin dove qualcuno si è spinto per conoscermi né fin dove mi sono spinta io stessa. lo stesso scrivere around this argomento è un piccolo gioco, dal momento che tuttora cambio e potrei scrivere ancora e ancora, riportando analogie diverse anche rimanendo in ambito onigirico. che poi non ho specificato che siccomeche è giapponese si legge “onighiri”. cercando di tirare qualche filo: il 3 è il primo numero che più che darmi problemi me li risolve. sonoi 3 colori dell’onigiri quelli che più preferisco e utilizzo, anche se il bianco lo intendo come assenza di colore, come foglio o tela.  da qui la scelta di un alimento che sia giapponese (e nooo io non sono affatto fissata con il Giappone. davvero, non so più come spiegare l’attrazione che provo per.) il cibo rimane per me uno dei primi veicoli di apprendimento, insieme al suono delle lingue. e siccome sono ferocemente affamata di informazioni dal Giappone i primi filmvideoblog che mi hanno poi spinto a cucinare (discutibilmente), hanno a che fare principalmente con cibo giapponese. e gli onigiri sono presenti praticamente da sempre nell’immaginario dei bambini cresciuti in my generation. e insomma mi sto ‘mbriacando per davvero di parole. non vorrei proprio essere nei panni dello sventurato essere che si ritroverà davanti questa valanga logorroica (fuoritema: è normale che l’odore dei dannati cornettini scaldati al microonde mi stia dando una poderosa nausea?).

cominciamo ora a trattare di cose più serie.

innanzitutto una breve digressione (che dopo quella superiore mi sembra necessaria, isn’t it?)

riso, risi. risum.boh

questo è il famigerato (???) riso parboiled, quello cattivo che non va mai mangiato. non è vero, ogni tanto mi capita di mangiarlo ma lo fuggo il più possibile. non mi piace no. nemmeno da guardare, sembra plastica. e il sapore non mi suona proprio dissimile. ma ognuno ha le sue papille. (non ha proprio nulla a che vedere con il riso giapponese, per cui per qualsiasi ricetta orientaleggiante è da evitare!!!)

questo è il riso vialone, o vialone nano. in genere utilizzo questo per onigiri e simili perché ha un chicco piccolo e rotondo, vicino a quello del riso giapponese. è molto più saporito dell’originario ma anche questo può essere una alternativa se non si trova un riso giapponese decente.

e questo è l’acquisto.di cui sono entusiasta. riso originario giapponese akitakomachi (non mi sono prodigata in ricerche. ho provato anche l’itakomachi tempo fa e ne ignoro le differenze fisicobiologiche. ma il saporemiiiiiiiii. l’akitakomachi vince.) potrebbe essere un problemino reperirlo. in ogni caso sono andata sul sicuro, da Castroni l’ho inquadrato da lontano. il chicco lo trovo bellissimo: è ancora più piccolo del vialone ed è traslucido, brillante, semi trasparente. se vi piace spaziare tra le infinite tipologie di riso, questo è da provare. (cuocendolo nella giusta maniera.)

ribadisco che il riso giapponese, se cotto a dovere, ha una consistenza naturalmente appiccicosa e il chicco risulta lucido e brillante non affogato d’acqua e viscido (negli onigiri l’ho visto! chicchi tondini e luccicanti! non avevo mai ottenuto un risultato così spettacolare!)

per renderlo più comprensibile, per fare ricette giapponesi meglio munirsi di riso più possibile simile a quello giapponese (sembro idiota yes?)

graficamente metto il link di un’immagine di Makiko Itoh (Justbento) che rende bene l’idea.

http://www.flickr.com/photos/makiwi/3666670987/

ricetta (da qualche parte dovevo pur infilarla no?): 160 gr di riso akitakomachi, 100 gr di fagioli azuki precotti, un foglio di alga nori, pasta di rafano, acqua, sale, mirin (quest’ultimo è omissibile)

per tagliare un po’ ciò che si può -sogghigna- per il procedimento rimando a quest’altro delirio [che mi dispiace ma anche lì si avrà a che fare con un’ingente mole di parole in libertà (non sono in ottimi rapporti con la poesia futurista per cui non vuole essere una definizione positiva)] e per chi padroneggia un po’ l’inglese rimando alla pagina di Justhungry, fratello di Justbento (2 sitoblog veramente eccezziunali) perché il procedimento che seguo per la preparazione del riso è quello paroparo.

posso invece sproloquiare su alcuni ingredienti e sull’atto mistico del compattare il riso con le mani.

e ovviamente gli argomenti dello sproloquio li ho elencati in un ordine e ne parlerò invertendolo.

non ricordo se nell’altro post avevo descritto il passaggio del “dai forma al riso che diventa un onigiri”. qualcuno mi aiuti, non riesco a trovare una formula più breve.

va detto che gli onigiri si possono fare in 3 modi: con le apposite formine che si trovano un po’ sul web, un po’ in negozi e mercatini giapponesi se ne esistono nei vostri pressi, un po’ alla fiera del fumetto e simili; con una ciotola e la pellicola trasparente; e il metodo più bello, che consiste nell’ustionarsi le mani facendo finta di formare i suddetti onigiri, saltellandoli da una mano all’altra, sudando dal dolore e soffiando fino all’ipoventilazione.

specificherò l’ultimo passaggio, poiché è quello il metodo che preferisco e che ho utilizzato questa volta (e si vede pure insomma. la forma non è perfetta ma è proprio questo a renderli speciali). si devono avere a portata di mano una tazza con dell’acqua fredda in cui si scioglie un pizzico di sale e un’altro contenitore con il ripieno. e un po’ di sale. è necessario che il riso sia il più possibile caldo ma ovviamente gestibile (non avevo molto molto tempo ecco.) assolutamente non farlo freddare altrimenti non mantiene la forma e l’onigiri si pezza in due al primo morso (rovesciando il suo contenuto on your legs).

si procede bagnandosi le mani e strofinando un pizzico di sale su tutta la superficie palmoditale che opera il lavoro. si prende una quantità gestibile di riso e la si posa sulla mano (una cucchiarellata de riso per me va bene), si aggiunge al centro del riso on the hand, 1 o 2 cucchiaini del ripieno scelto (in questo caso i fagioli azuki conditi con un pizzico di sale e 2 cucchiaini di mirin), si prende un’altra cucchiarellata de riso e la si posiziona sul riso sormontato dal ripieno. si procede con piccoli movimenti, pressando il riso con le mani a forma di. di. triangolo? casetta? coppetta?

mh.

mi sembra doveroso specificare che se si fanno gli onigiri “a mano” la dimensione varierà a seconda della dimensione della propria mano (è inutile

aggiungere riso se si hanno maniminime o metterne poco se si hanno manipalanca perché renderanno l’operazione di pressatura del riso molto più scomoda e il risultato sarà scarso).

in più: con 160 gr di riso akitakomachi (che corrisponde a 3/4 di cup circa) si ottengono 4 onigiri (di dimensioni piuttosto piccole. e qui diventa difficile perché sono a misura della mia mano quindiboh). l’alga nori preferisco tostarla svolazzandola velocemente sulla fiamma e avvolgerla sull’onigiri solo alla fine, in modo che rimanga croccante e non molliccia. la pasta di rafano bianca mi piace. troppo. è molto più fresca e delicata del wasabi, che comunemente non si accosta agli onigiri (costa pure meno e vado sul sicuro senza provare scatolette con marche astruse meidininsvervegia). ci ho spippolato sopra dei semi di papavero e un pepe rosso. che non potevo resistere alla ripetizione di nerobiancorosso. per il ripieno ho utilizzato un massimo di 2 chucchiaini di azuki per onigiri, i 100 gr sono stati utilizzati in minima parte. e infatti di onigiri ce ne sono solo 3 perché riso e restanti fagioli li ho mescolati e scaldati al vapore pé magnammeli a cena.

(quei chicchi sono perfetti! perfetti!!!!!)

che poi, senza scendere troppo nel dettaglio. il riso con i fagioli rossi è un piatto tipico dei festeggiamenti. e infatti festeggio per gli onigiri e per il contest e per il riso che finalmente posso spedì la ricetta. e festeggio questa giornata in cui.

a parte Oku che mi dice di aver deciso di accompagnarmi da Castroni a comprare il riso invece di andare all’università (sono una cattiva persona.). ho trovato in 2 secondi il riso originario giapponese, che fra l’altro è prodotto dai proprietari di Rokko (non mi dilungo a parlare di questo ristorante che davvero faccio mattina. ma non posso esimermi dal riflettere sul fatto che Roma foooooorse non è la città più adatta per avere un ristorante giapponese che si chiama Rokko. perché già la formula Ahó, stasera ‘nnnamo da Rokko!! rovina tutta l’atmosfera -ride-) ho trovato il sakè. ho trovato il mirin. il leggendario mirin, che apparteneva alla triste lista degli ingredienti che pensavo non avrei mai mai mai trovato in Italia. (e se Oku non me prestava i soldi non potevo comprare tutti e tre.)  che sono pure 3 insomma. che le bottiglie del sakè e il mirin sono bellissime e le devo riutilizzare. che avevo portato due sciarpe per non avere freddo (???????????) e quindi ho potuto avvolgere le due bottiglie tintinnanti. che dopo essersi lanciati nell’autobus che stava per sfuggirci abbiamo assaggiato il mirin, accaldati e rincoglioniti, con i finestrini quasi divelti (e poi dici che uno s’inciucca). che poi siamo andati a prendere un mega gelato. doppiapanna deliziaallimone fiordilatte nutellanoccio lanutellabian ca. doppiapanna cookies banana nutellanoccio lanutellabian ca. alla faccia del bicarbonato di sodio. che non mi viene in mente altro che questa esclamazione.

solo a ripensarci dovrei digiunare fino a dopodomani -ride-

che poi che poi.

che poi domani voglio preparare altri onigiri e portarglieli che questo riso. è eccezionale (sarò suggestionata? per quanto non lo cucinerò bene come colorodiRokko, solamente il riso ha fatto una differenza mostruosa, che non mi aspettavo davvero.). vorrei farne almeno 3 ma poi finirei per farne 3 a testa e sono troppi. per cui ne farò 2 e lui avrà il suo numero pari. e io mi lambiccherò intorno al numero 2 e a quanto mi sta sulle palle. 

siamo entrambi morbosamente soggetti all’emblematico onigiri. simbolo della nostra vita di bambini che guardavanono i bambini colorati nella scatola mangiare onigiri a ruota libera, senza nemmeno prendere fiato. è il cibo più buono del mondo.

la fine. finalmente.

 

 

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§ 13 risposte a E questo post non è lungo. deppiù. ma ce l’ho fatta!

  • pani ha detto:

    l’ho sempre detto io che con un pugnetto di riso, un filo d’olio e un bicchiere di vino sarei a posto. Questi onigiri sono invitanti, soprattutto dopo quel pat, pat pat dato con le manine.
    Ma io voglio sapere perché le notifiche non arrivano.

    • lo vorrei sapere anch’io. anzi famme controllà on your weblog. mi capita con altri blog che follouo.
      alla fine la differenza è in quel pat pat pat. all’inizio pensavo di dover fare onigiri perfetti. invece più guardo quella forma un po’ troppo cicciotta e schiacciata, poco spigolosa, irregolare. penso che sono proprio i miei. (persino l’alga prima la tagliavo con le forbici, ora uso le mani) il che potrebbe anche voler dire che nessuno li fa male come me u_u. ma anche solo dire questo è una gran bella soddisfazione.

  • […] Ombretta di “Faul sein ist Wunderschoen” con “Onigiri“ Share this:CondivisioneTwitterFacebookStampaEmailLike this:Mi piaceA un blogger piace questo […]

  • La cucina di Elena ha detto:

    Stupefacente. Come sempre del resto. Ma stupefacente nel senso del sorprendente. Non che ti manda di fuori. Se leggi attentamente tutto ha il suo senso. Ho letto tutto d’un fiato. E adoro il tuo modo di scrivere. Infinitamente grata che tu abbia partecipato!!! Grazie, grazie e ancora grazie!!! Ti saluta con la manina, con la grazia di Hello Kitty e la simpatia di Spank… Buonanotte…

    • sinceramente temevo di causare lievi attacchi di panico con un post del genere. tutto ha il suo senso è proprio così. certo calarsi nel senso di qualcun altro non è sempre una passeggiata de salute ^-^
      grazie a te di aver proposto il contest. non avrei avuto la possibilità di tirare fuori tutta sta roba altrimenti!!!!! solo a ripensarci mi gira la testa.
      e siccome non smette di girare (per i complimenti pure mi sa) ti saluto con lo sguardo perso di Kogepan e la manina molle di Tarepanda. buonanotte

  • pani ha detto:

    io il palmo della mano ustionato non lo vedo. non vedo proprio il palmo.
    Invece, i pugnetti di riso mi ricordano le lucertole quando sgusciano dalle uova. Sono proprio così, buffe

    • effettivamente avrei dovuto fargli almeno un ritratto. confesso di avere un debole per quel tondino rosso che si crea nella zona dove si scucchiarella la prima quantità di riso.
      lucertole che escono dalle uova. Oku ha detto che sembravano dei vermetti. questo effetto spontaneo di fagioli che tentano di uscire dal riso da tutte le parti mi è piaciuto moltissimo. sembra che dentro l’onigiri ci sia una caverna, è poco accessibile, ti devi arrampicare sulle sporgenze degli azuki se vuoi entrare nei cunicoli. e chissà dove portano.

  • […] il riso l’ho sperimentato e ci ho fatto pure il post per Elena e tutto quanto e quanto sono soddisfatta *________* ora avrò costante bisogno di quel […]

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