Agrodolce

29 marzo 2012 § 2 commenti

Klim aveva deciso di andarsene.

Senza voltarsi indietro, senza versare nemmeno un granello di zucchero. Si era semplicemente lasciato scivolare giù. A nulla erano valsi i richiami flebili e disperati di Molinky. A nulla erano valsi tentativi delle sue piccole e lievi mani di trattenerlo con sé. Molinky sapeva di aver indugiato troppo a lungo nel vago sogno della vita felice e completa che avrebbe potuto condurre con Klim nella teiera. La loro teiera, la teiera che avevano scelto e che con le loro mani avevano riassestato, la teiera su cui avevano riversato tempo e cura secondo uno scopo comune, fino a renderla propria ed unica. Molti detti esaltavano la centralità della teiera come fondamento sul quale costruire la propria indipendenza di individuo all’interno del Nucleo di appartenenza. La scelta della propria teiera ed il lavoro attento su di essa per renderla degna e personale era considerato un vero e proprio rituale, una fase fondamentale nel compimento del passaggio dall’infanzia all’età adulta. Molinky aveva trascritto uno di questi detti su una piccola scheggia di piastrella smaltata, trovata l’inverno precedente durante l’escursione su stanza delle ore 03:17. Il suo corsivo delicato e sottile lasciava un adeguato spazio agli angoli, appena sufficiente per delle piccole decorazioni, curate al dettaglio, fin nella loro voluta asimmetria. Il blu delle minute lettere risaltava sul bianco lucido, recitando: “Vivi finché c’è vita, ma mai sarai felice come dentro una teiera”.

Il giorno che Klim se n’era andato Molinky aveva riletto il detto sulla scheggia irregolare. Da quel giorno non usciva più dalla teiera. Persino Sonnilì, la Saggia Inscindibile, si era preoccupata per lei. 

Sonnilì risiedeva nella teiera di ghisa, situata nell’angolo più alto e solitario della credenza. Vi si poteva accedere solo tramite minuscole scanalature, scavate nel legno scuro ai tempi del Primo Insediamento per collegare il più possibile tutti i piani della credenza. Sonnilì faceva parte dell’esiguo numero che poteva ancora affermare di aver vissuto sulla propria pelle l’esperienza del Primo Insediamento. Nonostante la sua età rimaneva tra gli scalatori più abili del Nucleo sebbene il suo temperamento schivo ai limiti della scortesia riduceva al minimo i contatti con i piani sottostanti. Tuttavia Sonnilì era discesa per andare a visitare Molinky, pur prevedendo l’esito di questo suo tentativo. Difatti nulla aveva prodotto il suo discreto affacciarsi nella buia apertura per il tè, nulla avevano mosso le sue parole piene di rispetto ed essenza. Neanche l’esortazione rituale del piccolo coperchio tintinnante sui bordi smussati della teiera aveva sortito effetti.

Molinky non usciva. Sebbene nessuno lo dicesse apertamente, non c’era una molecola di glucosio che al sentir parlare di Molinky non pensasse istantaneamente al detto: “Se lo zucchero non sparisce, il tè lo diluisce”. Tutti infatti erano sufficientemente consapevoli della propria essenza, quantomeno a livello fisico: cristalli di puro zucchero, condensati alcuni sotto forma di praline, altri di bastoncini bicolore, altri ancora di zollette confetti o caramelle.

Sonnilì, l’Inscindibile, scuoteva la testa pensando al gesto di insensata angoscia compiuto da Klim. Era l’unica che riusciva a decifrare fino in fondo il comportamento del giovane. Egli era sempre stato animato da una sete di conoscenza che Sonnilì aveva osservato aumentare giorno dopo giorno, logorando gradualmente il ragazzo e incupendolo oltremodo. Klim si era convinto che l’esistenza sua e dei suoi simili fosse illuminata da un’inevitabile luce nefasta, indice di un destino incontrovertibile e senza via di scampo: la dissoluzione, per mano di Quegli Esseri Chiamati Umani, le cui umide bocche mortifere e molli popolavano ogni suo peggiore incubo. Rosse oltre ogni immaginazione, di un rosso purpureo, gonfio ed inaccettabile, terrificante nel suo procedere verso una cavità oscura, sempre più nera, fetida e corrosiva.  Klim non era più riuscito a  sostenere il peso di quegli incubi sempre più ricorrenti che si affacciavano prepotentemente anche durante la veglia. Era fuggito, tentando di fuggire da se stesso. Si era lasciato scivolare percorrendo immaginari arabeschi disegnati dal suo stesso tormento sul flusso di tè ormai freddo. Abbagliati dal fulgore di una folle speranza, i suoi occhi vedevano il fluido ambrato confluire in una umana figura, nitida e fragilmente nuda, finalmente innocua nel delinearsi di palpebre chiuse in armonia con la micidiale bocca sigillata.

Quando Uren ascoltò questa storia per la prima volta, molto tempo era trascorso da quegli avvenimenti.

Stette silenziosamente immobile fino al concludersi della narrazione, il pallido volto incastonato nel foro vuoto di una ciambellina. Dopodiché, con un gesto di pensieroso turbamento, accostò le mani, piccole e lievi, al viso.

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